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…il compasso non quadra

Nel 2008 c’è stato il crollo dell’economia americana, con il default di importanti istituzioni finanziarie americane che hanno trascinato la ricchezza mondiale verso il basso. Nel 2024 a conti fatti il PIL sarebbe più basso del 2008. Cioè, vale a dire che non ostante siano passati 16 lunghi anni e in Italia 8 governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi e ora Meloni), stante ai dati del PIL pubblicati dal dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica,  https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/focus/andamenti-di-lungo-periodo-dell-economia-italiana/grafici/1-prodotto-interno-lordo/oggi produciamo meno reddito di 16 anni fa (e ancora COVID-19 e Putin non c’entrano nulla).

Io mi sono convinto (ma questo vale poco) che la politica con i loro massimi rappresentanti istituzionali nel tentativo (rivelatosi maldestro) di accontentare tutti abbiano trascurato un passaggio importante: la ricchezza è funzione diretta del reddito. Se in una zona non si produce ricchezza si dovrebbe cercare di capirne il motivo ed intervenire. Ma siccome queste politiche “strutturali” richiedono un orizzonte temporale più ampio di quello che gli economisti seri hanno definito “ciclo elettorale” pare si preferisca mettere il dito nella falla e proseguire nella rotta tracciata piuttosto che portare la barca nel più vicino cantiere navale.

Faccio una riflessione:

Un abitante di Campobello di Licata vive sotto l’egida della Costituzione della Repubblica Italiana così come un abitante di Negrar di Valpolicella: stessi diritti, stessi doveri. Su questo sia i Campobellesi che i Negraresi saranno gemellati ad affermarne il principio. Il sistema fiscale in vigore prevede stesso trattamento per un lavoratore autonomo piuttosto che una società con pari incidenza fiscale identica dalle Alpi alle…ai templi. Così come la Costituzione della Repubblica Italiana sancisce, afferma e conferma. 

Tuttavia un Negrarese ha dei vantaggi, a sua insaputa, che lo rendono un privilegiato. Come se mentre piove due fidanzati camminano mano nella mano riparandosi sotto un romantico ombrello ma la fidanzata prende acqua: una triste immagine Trumpiana che scioglie in modo aspro l’incantesimo restituendoci un’immagine desolante. 

Il livello dell’offerta sanitaria delle province venete non è paragonabile a quello delle province siciliane. E questo ad insaputa del cittadino Negrarese e a spese del cittadino Campobellese. 

Non si vogliono tracciare sentieri campanilistici perché non è nemmeno il mio fine. Però siamo tutti sotto lo stesso ombrello e qualcuno prende acqua. 

La mala gestione della cosa pubblica non è colpa del cittadino. Di questo dovrebbe occuparsi la magistratura. 

La mobilità all’interno della regione è a dir poco sconvolgente. Queste premesse sono necessarie per arrivare a tracciare il quadro fedele della situazione.

Passiamo al lato imprese. Generalmente le imprese siciliane sono aiutate con incentivi l’attività d’impresa che io vedo come una “tangente”, il costo per lo stato centrale per poter dire che si è fatto qualcosa ma che in realtà non serve a coprire il gap delle difficoltà e della tara che un’azienda sopporta per stare sul mercato, altro che incentivo. Le aziende siciliane e del mezzogiorno che ricevono incentivi sono prezzolate per il loro silenzio e non per la loro attività. Un tipico atteggiamento riscontrabile nelle consorterie di origine delinquenziali. 

Affascinato dalle terre venete faccio un altro paragone che coinvolge a loro insaputa un simpatico imprenditore siciliano e un altrettanto simpatico imprenditore Veneto.

Cosa li accomuna? Stesso regime fiscale, stessa valuta, stesse normative di settore soltanto che l’imprenditore di Campobello riceve un contributo in credito d’imposta se immette nel ciclo produttivo dei nuovi macchinari e talvolta vi sono degli incentivi per il costo del personale.

Mi piacerebbe valutarne la Ratio al fine di ragionare sull’opportunità degli stessi.

Innanzitutto gli investimenti non sono valutati in un quadro d’insieme in relazione ad un obiettivo da raggiungere ma soltanto sull’iniziativa dell’imprenditore. Praticamente l’assenza di linee guida a livello interregionale fa sì che gli investimenti siano fatti a tinchitè ossia senza valutarne l’effettiva utilità macroterritoriale.

Ancora, generalmente il costo del personale con un abbattimento pari al x% e un incidenza del costo degli investimenti che in ragione di conto economico quota (fare un raffronto di un Bilancio di un piccolo imprenditore e di quanto risparmia con politiche del personale e credito d’imposta) e allo Stato costa (fare raffronto costo fiscale minor reddito e credito d’imposta), ma all’imprenditore non giova. Come dare da bere ad un assetato un goccio di Coca-cola ghiacciata con un sollievo momentaneo ma dopo due istanti la sete lo porterà nella stessa situazione di prima.

Ritorniamo ai nostri due simpatici imprenditori. 

Il sig. Federico di Negrar di Valpolicella opererà in una zona ad alto reddito con la possibilità di usufruire di

  • acqua per l’attività 
  • connessione ad alta velocità 
  • strade
  • trasporti pubblici e privati
  • Possibilità di raggiungere in poco tempo milioni di persone ad alto reddito che in virtù della propensione marginale al consumo potranno, se buoni, apprezzare i suoi prodotti. Se prendiamo un compasso e tracciamo un cerchio avente come centro la sede dell’azienda e come raggio 300 km vedremo che il sig. Federico raggiungerà un areale di almeno 15.000.000 di persone a qui poter proporre il proprio prodotto.

Tutto questo a differenza di quanto accade a Diego, imprenditore di Campobello di Licata che vuole fare lo stesso prodotto di Federico ma che

  • deve stoccare l’acqua e deve comprarne buona parte dei propri bisogni da privati (facendola analizzare a proprie spese)
  • non è presente la connessione ultraveloce;
  • Il sistema viario è inesistente 
  • I trasporti sono più onerosi in ragione dello stato viario
  • Tracciando un cerchio come sopra con centro l’azienda del sig. Diego, raggiungerà in 300 km 6.000.000 di persone tutte facenti parte del territorio più disastrato dal punto di vista economico con dinamiche reddituali lentissime.

Pertanto è già di tutta evidenza il gap che nessun incentivo può colmare.

QUINDI

Senza voler assurgere a rango di profeta (cosa per me più ardua che per altri), occorre naturalmente ragionare sulle cose da fare 

Di fatto o attendiamo che un territorio si svuoti assumendoci come complici di una pessima scelta che avrebbe anche l’effetto di lasciare tutto in mano alle criminalità oppure occorre porre in atto delle politiche efficaci di idonee ad invertire una tendenza mortale (per il territorio). 

Pare che illustri studiosi nei secoli abbiano avuto come soluzione quella dell’aumento del reddito. Cioè aumentando in qualche modo il reddito disponibile, aumentano i consumi ed infine attraverso il moltiplicatore si attiva un circolo virtuoso.

Una corrente di pensiero mette a centro, come leva, gli investimenti un’altra corrente la moneta. La terza corrente di pensiero molto in voga nei pensatori e politici “nostrani”; è quello di provare “ad mentula” ossia con delle azioni che oltre all’effetto di proclamare la soluzione ai problemi hanno come precipuità quello di remare in diverse direzioni (ostinate e ) contrarie. Nessuna politica economica a mia memoria ha tracciato una direttrice da seguire per 2-3 decenni. Ogni governo trasforma le manovre di politica economica in manovra di politica elettorale. Ma lo facessero come negli USA avrebbe già un senso; in Italia lo fanno in relazione alla già supposta minima durata di un governo e pertanto ognuno coltiva il suo orticello.

Come aumentare il reddito in una zona.? 

Investimenti, politiche fiscali di indirizzamento (invito) degli investimenti privati verso il mezzogiorno, politiche di sgravi per chi decide di abitare in una regione “ad alta potenzialità di collasso”. 

Nulla di nuovo! Ma io mai ho presentato questo come un racconto che in se avesse delle politiche strictu sensu innovative. 

La novità (ma sicuramente qualche altro prima di me ci avrà pensato o lo avrà detto) sarebbe soltanto quella della durata (misure con almeno 20 anni di orizzonte), e quella dell’entità deputata a realizzarla (non più regioni o Stato centrale) ma tutta a gestione dell’UE che si assumerebbe l’onore comunque indirettamente a carico degli Stati centrali di indirizzare la spesa precedentemente programmata e controllare che ciò avvenga nel modo corretto e opportuno. 

Tali misure dovrebbero interessare tutte le zone “depresse” a livello UE.

Il costo sarebbe inferiore a quello di continuare a “sostenere” (indirettamente) attraverso deroghe di bilancio misure non reattive in termini di spesa aggregata.

Tali misure dovrebbero uscire dal concetto di concorrenza “scorretta”; sono soltanto delle misure di emergenza sociale.

Mappa delle azioni:

  • Ogni Stato individua una zona economicamente sottosviluppata trasmettendo all’UE…no sennò si riprende con quanto di inutile fatto finora.

Invece:

  • L’UE attraverso i dati di migrazione, di reddito, di consumi, individua le zone da trattare;
  • Inventa delle politiche di fiscalità agevolata e di investimenti;
  • Emana dei regolamenti immediatamente esecutivi che gli Stati DEVONO approvare
  • Progetta, sovraintende e attua le misure. 

Facciamo un esempio:

Si stabilisce che in Sicilia o in altre regioni a “redditività depotenziata” si attui una misura di fiscalità agevolata come quella della detassazione parziale di durata ventennale per chi si trasferisce a vivere lì o alle imprese che decidono di aprire nuove unità locali in quella zona. A queste si aggiungono agevolazioni quali quelle per assicurazioni, tasse regionali, IMU etc. Chi si trasferisce li, ottiene il beneficio. Lo Stato perde parte delle imposte che avrebbe recuperato se Tizio fosse rimasto a vivere nella sua zona di origine ma recupera la spesa di Tizio in una zona che riceverebbe quella maggiore spesa con un mini moltiplicatore della stessa spesa che messa assieme ad altri inizierebbe nell’immediato ad invertire la tendenza.

È questa però la volontà di chi tiene in mano le fila? Il tutto mi porta verso una risposta…

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“…dilla nna cosa di sinistra, dilla”.

Vi racconto, con tutti i miei limiti narrativi, il tour tipo di un malato (ad esempio Diabetico) di Campobello (ma credo che questo problema sia “tipico” nei paesi piccoli) e che ha bisogno di presidi sanitari prescritti per legge e “passatigli” da cappiddrazzu (lo Stato):

  • Il malato deve andare dal medico per farsi prescrivere la visita specialistica;
  • Il malato deve prenotare la visita e quindi deve (in caso di anziani) anningare qualcuno perché chiami il CUP che dopo diverse mezz’ore risponde (spesso gentilmente) assegnando la data;
  • Il malato deve recarsi nel posto assegnato per la visita (Canicattì, Licata, Agrigento, Ribera) per la visita e la prescrizione dei presidi. Faccio presente che lo specialista si trova in ospedale e può ricevere mediamente dopo sei mesi dalla prenotazione;
  • Il malato con il famoso pizzino rilasciato dall’ospedale deve tornare dal medico che deve preparare la ricetta;
  • Il malato deve recarsi in via Luigi Giglia per lasciare la ricetta, il libretto e tutto l’incartamento per farsi fare un altro foglio da presentare in farmacia;
  • Il malato deve ritornare in via Luigi Giglia per ritirare l’incartamento che deve essere firmato dal medico;
  • Il malato deve recarsi a Ravanusa in viale Lauricella per farsi firmare il foglio da presentare in farmacia;
  • Il malato deve riportare una copia in via Luigi Giglia perché l’ufficio ne vuole una copia;
  • Il malato deve recarsi in farmacia a Canicattì perché parte dei presidi li consegnano solamente nella farmacia dell’ospedale.
  • Il malato dopo aver fatto tutti questi passaggi vede riconosciuto il suo Diritto alla salute.

Questo tour viene fatto una volta l’anno completo e una volta l’anno saltando i primi tre punti.

Ora, che lo faccia io per mia mamma, mi girano le balle ma alla fine posso sopportarlo.

Proviamo a fare un esercizio di immaginazione: ripercorriamo l’iter di cui sopra immaginando che questo venga fatto da un malato anziano solo, oppure senza macchina e con reddito basso: l’effetto è devastante. Ed è sottoposto ad una pratica “vessatoria” soltanto perché ha la colpa di essere malato.

E nessuno di quelli che sono seduti comodi nelle poltrone delle varie stanze dei bottoni se n’è accorto? Nessuno dice niente?

La verità è che al banchetto di questa Repubblica stanno partecipando tutti, da destra a sinistra, senza nessuna distinzione tra canazzi di mannara, iene, leoni, avvoltoi e formiche.

Ma tutti quantu siti (da destra a sinistra) non ne provate vergogna?

La domanda in effetti è pleonastica, perché io ne sono certo: non ne provate!

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Contributo a Fondo Perduto

La Regione Sicilia ha previsto un contributo a fondo perduto al fine di incentivare i privati cittadini alla rimozione di materiali in amianto presenti in unità immobiliari destinate a civile abitazione. Possono essere oggetto di contributo le unità immobiliari accatastate A/1,A/2,A/3,A/4,A/5, A/6, A/7, A/8, A/9, A11, C/2, C/6 C/7 e F/5 ubicate nel territorio della Regione Sicilia. Il contributo a fondo perduto sarà concesso nella misura dell’80% dei costi sostenuti per la rimozione e non potrà superare l’importo di € 5.000,00 per ciascuna unità immobiliare; nei condomini max € 2.500,00 per ciascun condomino. La procedura avrà inizio il 19/09 e le somme saranno assegnate dopo la validazione della domanda a partire dal 28/11/2022 ore 12 (click day) Consentitemi una chiosa: i click day, praticamente sono bandi che possono essere definiti “specchio per le allodole”; sono progettati in modo iniquo poiché tengono conto del fattore orario di presentazione e non del merito della pratica; chi arriva anche soltanto dopo 10 secondi, solitamente a causa della connessione internet, non riceve nulla senza che nessuno abbia valutato il merito dell’istanza. Sono dei bandi fuffa che servono soltanto per fare scruscio, specialmente in periodo elettorale.

https://www.regione.sicilia.it/istituzioni/regione/strutture-regionali/assessorato-energia-servizi-pubblica-utilita/dipartimento-acqua-rifiuti/bando-concessione-contributo-rimozione-manufatti-contenenti-amianto

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…sta vita

Amarissima e buttana, sta vita.
S’asciuca lu gnegnu comu si fussi nna stizza d’acqua a lu suli di lugliu.
Si talianu di traviersu, si scornanu e si sciarrìanu, la vita e la testa, ca certi voti ppi li vuci ca fannu veni lu disideriu di sbattiri la crozza mura mura sulu p’aviri tecchia di silenziu, nna rrancata di paci.
Comu si nenti fussi, la vita s’appresenta sempri ccu la so facci ammalianti, picchì è veru, è tantu beddra; e iddra lu sapi di essiri accussì beddra; iddra sapi comu farila curriri, comu futtiri ssa testa n’atra vota e poi n’atra vota ancora.
Appena ca la testa nun ci sta attentu, quannu p’un minutu nun si guarda li spaddri, la signorina s’apprisenta ccu nna risata veramenti rudusa; e accussì accumencia n’atra vota la sciarra tra iddra e l’atra. Si tirano li capiddri, s’aggarranu e si cafuddranu fina ca nunn’hannu cchiù hiatu; stancanu e s’arramazzanu e poi s’ammiscanu pirfinu li sudura. Ssu suduri, lestu comu la luci, si piglia tuttu lu spaziu fina ca poi nun sbucca d’un pirtusidddu; ssu suduri sbuccatu è densu, sapi salatu e nun s’sciuca facili facili picchì ssu suduri sapi di vita e sapi di testa e lassa nna sima nni la facci, ogni vota ca passa.

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I gladiatori

A quasi una settimana dal risultato elettorale devo assecondare il mio ghiribizzo di fare alcune riflessioni sebbene non richieste. 

All’inizio, ancor prima di presentare le liste, si sprecavano le raffigurazioni dei candidati alla carica di sindaco:
liuni; cavaddru; trenu; sta vulannu; iè a la ppedi.

Alla presentazione delle liste, dopo lavorii accordi e non accordi, si sono presentati alle elezioni 5 candidati sindaco e conseguentemente 80 candidati allo scranno di consigliere. 
Più di ottanta famiglie si sono messe in giro allo scopo di raccogliere quanti più consensi possibili per se e per i candidati alla carica di nostro primo cittadino. 
Gli analisti chiazzaluori si sono prodigati in statistiche, elaborazioni, calcoli a seconda della propria “rocchia” di appartenenza; nessuno però ha pronosticato il risultato al fotofinish che poi c’è stato.
Durante i comizi Piazza XX Settembre ha dato il meglio di sé. Era come la sala delle feste: piena di gente sorridenti e tanti che scrutavano gli altri.
Tra queste centinaia di persone che hanno frequentato la piazza in queste due settimane e cocci, oltre a persone munite di sane intenzioni si è potuto apprezzare la presenza di volti nuovi, volti “nuovi”, volti vecchi, volti revisionati, volti di bronzo (due in particolare) e qualcuno anche di cuoio (più di due). 
Quest’onda (anomala?) di persone ha fatto sembrare la piazza più viva che mai e il paese abitato da una moltitudine di persone interessate alle vicende amministrative. 
Secondo me al di là dell’interesse verso i candidati e le elezioni, mi sono convinto che in tanti abbiano presenziato e presidiato la piazza durante i comizi per assistere all’annunciato combattimento tra candidati, immaginandoseli come moderni gladiatori: quasi a voler “vedere il sangue”; quasi a immedesimarsi loro stessi (in un autogenerato momento di gloria) nei panni dell’imperatore che doveva decidere con il pollice se lasciare vivere o morire il gladiatore. I nostri candidati naturalmente piuttosto che il gladio hanno impugnato un microfono talvolta messo a servizio di fastidiose urla, insulti, battute, battutacce, citazioni, accuse, difese…

Ho avuto il piacere di apprezzare tanti interventi programmatici (da tutte le liste) ad opera di candidati credibili, veri, appassionati e competenti nel settore di cui parlavano.

A fare da contraltare ci sono stati candidati e supporters che ribaltavano (tout court) quanto detto dai propri “sindaci”; candidati e supporters (di entrambi i sessi) che starnazzavano (e se lo dico io…); candidati che impettiti hanno comiziato con voce impostata e tuonante forti del proprio supposto apporto elettorale (rimasto supposto); navigati politici nostrani, che prima hanno fatto tira e molla in più liste per offrire “camionate” di voti e alla conta dei voti  il camion si è poi rivelato essere quello rosso sbiadito di plastica che negli anni 70 i nostri genitori ci compravano per la Festa della Madonna; altri ancora che fottendosene del proprio candidato hanno utilizzato il comizio per togliersi i sassolini (talvolta veri basuli) dalle scarpe; altri ancora che con una frase sono riusciti ad insultare tutti i candidati delle altre liste.
Lunedì, dopo aver consumato tutti i tranquillanti disponibili, usciti i risultati dalle urne, qualcuno si è esaltato iniziando a giocare con i numeri per ottenere dei risultati tutt’altro che incontrovertibili: “Campobello è di destra”! “Se ci fossimo uniti non ci sarebbe stata storia”. “Il sindaco rappresenta una minoranza”. Queste le tre frasi che mi hanno fatto ridere di più.

L’ultima affermazione si commenta da sola e perciò non ci perdo tempo.
Le altre due mi fanno ridere, non per il contenuto, ma per il presupposto. Se il centro destra si fosse unito prima di tutto avrebbe dovuto convergere sul nome di un unico sindaco. Poi, qualora si fosse trovata la sintesi sul nome, i voti sarebbero stati contesi soltanto da 16 persone; non da 48 (poi la terza era pure di destra?). Lo dico scricchiato e munnato se a candidarsi fossero 16 da una parte e 16 dall’altre si libererebbero degli spazi elettorali, per tutti non per una parte soltanto; la storia delle amministrative a Campobello ci insegna come va a finire anche in questi casi.

Passando all’aspetto politico, mi piacerebbe che dall’opposizione venisse una seria presa di coscienza del proprio ruolo e della fuducia che i cittadini hanno affidato loro con il voto. Un’opposizione seria fa crescere tutta la comunità e nel rispetto di tutte le anime.

Mi permetto, di consigliare a tutti, eletti e non eletti, di studiare il modello Sciacca e il modello Berchidda (allego due link): può tornare utile.

Ho molto apprezzato in tutte le liste, diversi ragazzi che potrebbero arricchire Campobello con la loro fresca linfa giovanile per immaginare un paese politicamente vivo in modo differente rispetto a come è stato. 
Il sindaco Pitruzzella secondo me, se vuole “torciri la storia” dovrebbe fare suo un obbligo morale coinvolgendo questi giovani non eletti presenti in tutte le liste:

così avrebbe l’occasione non soltanto di essere un sindaco ma la ghiotta (storica) opportunità diventare anche il buon contadino di questi preziosi germogli.

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Ipocrisia

Mi stona.

Nelle immagini che quotidianamente hanno invaso le nostre case, questa volta, mi si è fissata nella mente una nota di colore diversa, proprio stonata.

Mi sono convinto che le emozioni via via emergenti siano comandate da un sostantivo: l’ipocrisia.

Uno Stato sovrano, invade militarmente un altro Stato imponendo le proprie condizioni al resto del mondo. È già successo, sappiamo com’è finita e l’angoscia che ci assale è dovuta al fatto che non immaginiamo come andrà a finire stavolta.

Ma la preoccupazione è per la prevaricazione di un uomo contro un altro uomo o c’è anche qualcos’altro?

Un fattore, ad esempio può essere rinvenuto in un altro sostantivo: la paura. Io sono infatti convinto che se Putin non avesse le armi nucleari ce ne fotteremmo altamente di lui e del popolo ucraino così come siamo ben abituati ad ignorare gli altri conflitti in giro per il mondo; questa a mio modo di vedere non è affatto una nota stonata, una tantum, ma un comportamento consolidato.

In questi giorni stiamo vedendo, inoltre che sono state colpite persone che indossano i nostri stessi giubbini e le nostre stesse scarpe, smanettano i nostri stessi telefonini, accudiscono i loro animali domestici per come facciamo noi, inforcano occhiali uguali ai nostri; i bambini sono proprio conciati come i nostri, seguendo la stessa moda. Le vetrine dei negozi di Kiev sono colorate come le vetrine che siamo abituati a vedere. E poi diciamocelo, la nostra naturale propensione al razzismo ci fa percepire gli Ucraini come belli; hanno lineamenti armonici e un colore della pelle “amico“; si sa l’uomo è sempre attratto dal bello.

Mi chiedo, questo indirettamente influenza la nostra percezione, la nostra immedesimazione?

Se così non fosse, non si spiegherebbe il fatto che siamo sempre noi che ci siamo girati dall’altra parte lasciando anche i bamini dietro un filo spinato al centro dell’Europa e che siamo sempre noi quelli che abbiamo ignorato mamme e bimbi sopra una barca.

Quindi alla fine della fiera, non è l’uomo e la prevaricazione di un nostro simile a preoccuparci. Stiamo inconsciamente cercando di ripulire la nostra coscienza bardando la nostra natura poveraccia con addobbi altruisti.

Tranquilli, mica siamo diventati di colpo “umanofili”!

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Il MIO Prof. Lana

Oggi per me è un giorno molto triste. Oggi ha cessato il percorso terreno il MIO Prof. Diego Lana.

Ho avuto l’onore di frequentarlo per tanti anni dopo il diploma ricevendo sempre il suo sorriso, la sua profonda e spesso dissacrante analisi di ciò che lo circondava e di ciò di cui semplicemente si discuteva. Aveva il suo punto di vista, non banale, non comune; i suoi ragionamenti servivano ad aprire la mente. Riusciva a riassumere tutto in una battuta, in una frase lapidaria. A lungo mi sono nutrito di questo. A lungo mi sono dissetato con le sue parole di conforto nei momenti più complicati; una persona a modo, un SIGNORE; una fonte inesauribile di spunti.

Il MIO Prof. Lana era uno studioso di notevole spessore; ha scritto sui vari aspetti della vita delle aziende; citava Amaduzzi, Zappa, Besta e tanti altri e andava a fondo affrontando delle tematiche che rimarranno fortunatamente impresse nei libri. Ogni tanto, nelle riviste professionali incontravo i suoi scritti, lo chiamavo dicendo: Prof. ho letto il suo articolo e lui ribatteva con una battuta volta soltanto a sminuire il valore scientifico del suo contributo ma soffermandosi in ciò che lo aveva spinto a scrivere quel contributo.

Il MIO Prof. Lana ci ha lasciato; mi ha lasciato orfano della sua bellezza e della sua amicizia.

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25 Aprile

Il 25 aprile di ogni anno celebriamo la “Festa della Liberazione” dal giogo della dittatura fascista avvenuta 76 anni fa.

Nel tempo si è innescato un progressivo lavaggio del cervello (ottimisticamente se ne suppone la presenza) che sta relegando questa giornata come la ricorrenza di quattro nostalgici con la bandiera rossa.

Il 25 aprile è una data simbolo dalla portata potente perché simbolicamente e non solo è una data che celebra il passaggio alla democrazia.

Il 25 aprile del 1945 si innescò un processo che nell’arco di appena tre anni portò questa Repubblica a poggiare sulle fondamenta della bellissima Costituzione della Repubblica Italiana i cui principi fondamentali sono stati meditati, pensati, pesati e scritti grazie al sangue di chi ha “resistito”; si sente in ogni singola parola quella sofferenza e quell’orgoglio.

Voglio riflettere sul primo articolo.

L’art. 1 rompe con il recente passato sancendo che “L’Italia è una Repubblica democratica…” “La sovranità appartiene al popolo…”.

Per comprenderne la “violenza” mi permetto di proporre un esercizio, senza l’aggiunta di alcun ulteriore commento da parte mia, di ragionamento a contrario e per “incanto” diventerebbe:

  • L’Italia non è una Repubblica democratica
  • La sovranità non appartiene al popolo.

Il “capovolgimento” dei princìpi dell’art. 1 è già da solo capace a delineare una dittatura. Per approfondire gli aspetti della dittatura nei confronti del comune cittadino è sufficiente recarsi in una qualsiasi libreria e comprare qualsiasi libro di storia che concentri l’attenzione sulle leggi varate durante “il ventennio”. 

Mentre la comprensione del concetto di democrazia richiede uno sforzo, mi piace evidenziare come la Costituzione della Repubblica Italiana ci abbia donato e continua a farlo quotidianamente la Libertà ossia quella cosa che ci consente di decidere, ad esempio, se vivere nella crassa ignoranza o leggere, studiare, documentarci; essere di destra, di sinistra, di centro etc; anche l’essere “ciucci” spesso è soltanto frutto di una libera scelta garantita dalla nostra Costituzione.

Grazie alla Signora Libertà:

  • possiamo ascoltare la musica che più ci piace;
  • possiamo recarci in libreria e acquistare il libro che vogliamo;
  • possiamo parlare con chi vogliamo;
  • possiamo comprare il pane se lo vogliamo ma anche dove vogliamo;
  • possiamo decidere di acquistare gli abiti che più ci piacciono;
  • possiamo decidere di bere il vino che più ci piace;
  • possiamo credere al Dio a cui ci fa più piacere credere e possiamo anche prenderci il lusso di non credere ad alcun Dio;
  • possiamo scegliere noi la macchina che più ci piace;
  • possiamo scegliere l’operatore telefonico che più ci piace;
  • possiamo anche assurdamente scegliere se vaccinarci o meno;
  • possiamo essere vegani, vegetariani, onnivori etc. senza dover dare conto a nessuno;
  • possiamo seguire lo sport che più ci piace;
  • possiamo scegliere la pizzeria dove cenare;
  • possiamo scegliere il gusto del nostro gelato;
  • possiamo scegliere gli arredi di casa;
  • possiamo scegliere dove fare le vacanze;
  • possiamo scegliere se sposarci o meno;
  • possiamo scegliere l’università che più ci piace;
  • possiamo anche scegliere essere dei pezzi di merda insensibili, freddi, solitari e lupucufii.

Si potrebbe continuare per pagine intere mettendo nero su bianco le cose che quotidianamente tutti noi scegliamo di fare, grazie alla Democrazia, alla Libertà, a quel 25 Aprile e ai partigiani (tutti). E proprio questo per me è

il fiore del partigiano morto per la libertà.

https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

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“… alcuni sono più uguali degli altri”

La dichiarazione dei diritti dell’uomo approvata dalle Nazioni Unite nel 1948 premette che

il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo” e poi statuisce all’art. 1 che

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Da solo questo articolo mostra quanto siamo ancora distanti dal raggiungimento di un obiettivo fissato oltre settant’anni or sono.

I maiali dopo aver concordato con gli altri animali “la rivoluzione” ed essendo riusciti ad estromettere il fattore, si autoproclamarono esseri superiori rispetto gli altri animali (compagni di rivoluzione) e quindi si trasformarono loro stessi nella peggiore versione di quello che avevano inizialmente combattuto. George Orwell in “La Fattoria degli Animali” ci restituisce così, in modo elegante ed efficace, gli infiniti limiti della natura umana al raggiungimento di un qualsiasi piedistallo.

Dire che il prossimo ha i nostri stessi diritti ci fa venire l’orticaria, limita il nostro ego e obnubila la nostra istintiva voglia di supremazia; noi siamo uguali agli altri fino a quando non raggiungiamo le loro posizioni (di comando); fino a quando non prendiamo il loro posto (ci basta scalzarli). Raggiunto l’obiettivo facciamo nostro il mantra del Marchese del Grillo: “perché io sono io e voi non siete un cazzo”.

L’esempio, caldo caldo, ce lo dà la cronaca di questi giorni ed avente come protagonista una neonata di nome Morena alla quale io ho volutamente “regalare” una sorellina, un’altra splendida bambina di nome Greta.
La storia è questa. Morena e Greta hanno in comune due madri che:

  • entrambe sono al nono mese di gravidanza;
  • entrambe hanno concepito allo stesso modo;
  • entrambe hanno “portato” la gravidanza per nove mesi;
  • ad entrambe si rompono le acque;
  • entrambe corrono verso lo stesso ospedale italiano;
  • entrambe partoriscono “con dolore”;

…entrambe nascono ma Greta è italiana e Morena non lo è: questo è l’art. 1 del vergognoso libro del razzismo.

Si è scatenata una tempesta di insulti da parte di orde di simpatizzanti dei leader “sovranisti” nei confronti del Governatore Toti che (per una volta) facendo cosa buona e giusta si è permesso di dichiarare che “chi nasce in Liguria è Ligure”.

Pensare che due soggetti abbiano diversi diritti in ragione del posto dove si nasce è un’argomentazione frutto di importanti limiti culturali, neurologici, razionali e figlia di una insicurezza di fondo nei propri mezzi.

A questi soggetti, a me, e anche quelli che la domenica “si battono il petto” nel Confiteor e che poi praticano il quotidiano rito del razzismo propongo un esercizio:

prendere un foglio di carta, una penna e scrivere cosa ci rende superiori o diversi rispetto agli altri. Quando la penna rimarrà inutilizzata e il foglio completamente bianco solo allora la nostra vita potrà dirsi finalmente rivoluzionata; ma fino a quel momento, fino a quando scriveremo qualcosa in quel foglio dovremmo senza filtri e senza ipocriti tentativi di dissimulazione proclamare come articolo 1 della nostra dignità

Tutti gli animali sono uguali alcuni lo sono più degli altri” e “io sono io e voi non siete un cazzo”.

http://www.senato.it/documenti/repository/relazioni/libreria/fascicolo_diritti_umani.pdf

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Nuova definizione di DEFAULT

Gli organi di stampa si stanno prodigando in indicazioni tutt’altro che intellegibili in merito alle nuove normative che entreranno in vigore allo scoccare del 2021.

Facendo riferimento a quanto indicato da Bankitalia provo a fornirne un sunto.

La nuova definizione di DEFAULT introduce criteri che risultano, in alcuni casi, più stringenti rispetto a quelli finora previsti e riguarda la classificazione dei clienti da parte delle banche. Viene previsto che, i debitori delle banche siano classificati come deteriorati (DEFAULT) al ricorrere di almeno una delle seguenti condizioni:

a)  il debitore è in arretrato da oltre 90 giorni (in alcuni casi, ad esempio per le amministrazioni pubbliche, 180) nel pagamento di un’obbligazione rilevante;

b)  la banca giudica improbabile che, senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie, il debitore adempia integralmente alla sua obbligazione.

La condizione b) è già in vigore e non cambia in alcun modo.

Per quanto riguarda la condizione a), un debito scaduto va considerato rilevante quando l’ammontare dell’arretrato supera entrambe le seguenti soglie:

i)  100 euro per le esposizioni al dettaglio e 500 euro per le esposizioni diverse da quelle al dettaglio (soglia assoluta);

ii) l’1 per cento dell’esposizione complessiva verso una controparte (soglia relativa).

Superate entrambe le soglie, prende avvio il conteggio dei 90 (o 180) giorni consecutivi di scaduto, oltre i quali il debitore è classificato in stato di default. Tra le principali novità, segnala la nota di Bankitalia, anche il fatto che non è più possibile compensare gli importi scaduti con le linee di credito aperte e non utilizzate (c.d. margini disponibili).

Di fatto, la nuova definizione di default non modifica nella sostanza i criteri sottostanti alle segnalazioni alla Centrale dei Rischi, ma può avere riflessi sulle relazioni creditiziefra gli intermediari e la loro clientela, la cui gestione, come in tutte le situazioni di default, può comportare l’adozione di iniziative per assicurare la regolarizzazione del rapporto creditizio.

A seguire, a titolo semplificativo uno schema messo a disposizione on line da Unicredit.

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Praticamente:

Il cliente che ottiene un finanziamento e presenta un ritardo nei pagamenti:

–        se è un cliente privato o una PMI (titolari di ditte, liberi professionisti, e imprese con fatturato inferiore a 5 milioni di euro e esposizione verso banca inferiore a 1 milione di euro), e l’importo arretrato supera i € 100,00 (centoeuro), e ancora l’esposizione è superiore all’1% (unopercento) del totale delle esposizioni verso il gruppo bancario per un periodo superiore a 90 giorni consecutivi, il debitore entra in stato di DEFAULT;

–        automaticamente tutti i finanziamenti sono in DEFAULT;

–        la banca può avviare azioni di tutela dei propri crediti.

Facendo un esempio:

Se la ditta “Giuseppe Miccichè”:

1)     ottiene un finanziamento di € 15.000,00 dalla “Banca X”;

2)    ritarda il pagamento di una rata (di importo superiore a € 100,00) per un periodo superiore ai 90 giorni consecutivi;

3)    l’importo arretrato è superiore all’1% del totale delle esposizioni verso il gruppo bancario,

a)     il debitore entra in stato di DEFAULT e tale stato si estenderà a tutti i finanziamenti;

b)    la banca potrà avviare le azioni a tutela dei propri crediti.

4)     debitore entra in stato di DEFAULT e tale stato si estenderà a tutti i finanziamenti.

Lo stato di DEFAULT viene meno nel momento in cui il cliente regolarizza verso la Banca l’arretrato di pagamento e/o rientra dallo sconfinamento di conto corrente; Lo stato di DEFAULT permarrà per almeno 90 giorni dal momento in cui il cliente regolarizza verso la banca l’arretrato di pagamento e/o rientra dallo sconfinamento di conto corrente.

In conclusione, occorre che le aziende cambino “modello di gestione”. Indipendentemente dalle dimensioni è necessario che si occupino e si preoccupino della gestione finanziaria attivando per le proprie aziende la gestione dei flussi finanziari affidandosi non ad asettici software standard, ma tecnici esperti che sappiano costruire, implementare e tarare su misura tale gestione.

Per approfondimenti sulla normativa:

https://www.bancaditalia.it/media/fact/2020/definizione-default/index.html

https://www.unicredit.it/it/info/nuove-regole-di-definizione-di-default.html

https://www.credit-agricole.it/pages/nuova-definizione-di-default

https://know.cerved.com/tool-educational/classificazione-dellimpresa-in-default/